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Chi gestisce una rete in franchising lo sa bene: mantenere coerenza tra brand, esperienza cliente e operatività quotidiana è una delle sfide più complesse nel retail. Quando i punti vendita iniziano a muoversi in modo disallineato, la spiegazione più comune è sempre la stessa: i franchisee non seguono le linee guida, il personale cambia spesso, la formazione non viene applicata.
Osservazioni legittime, ma raramente sufficienti a spiegare il problema fino in fondo.
Lavorando con reti retail strutturate emerge infatti una dinamica diversa: il problema non è la mancanza di formazione, ma modelli formativi che non reggono la complessità reale del punto vendita.
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Cosa succede davvero nei punti vendita in franchising
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Spostando lo sguardo dall’headquarter allo store, il quadro cambia rapidamente.
Un nuovo collaboratore entra in negozio in un momento di picco operativo. Riceve indicazioni essenziali, affianca un collega più esperto e, se va bene, dopo qualche giorno ha accesso a un manuale archiviato in una cartella condivisa. Nel frattempo, il franchisee gestisce turni, vendite, margini e persone.
In questo contesto, anche una buona formazione iniziale rischia di diventare rapidamente obsoleta. Le procedure esistono, ma non sempre sono accessibili. Gli standard, seppur chiari, non vengono interiorizzati in modo uniforme. E quando una persona chiave lascia il punto vendita, il know-how spesso se ne va con lei.
Dal lato dell’headquarter, la percezione è diversa ma altrettanto complessa: si investe in onboarding, materiali, sessioni formative. Eppure, a distanza di pochi mesi, emergono differenze evidenti tra punti vendita che, sulla carta, hanno ricevuto la stessa formazione.
È qui che nasce una delle frizioni tipiche del franchising.
I limiti dei modelli di formazione tradizionali nel franchising retail
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Storicamente, la formazione nel franchising è stata progettata come una sequenza di momenti: onboarding iniziale, aggiornamenti periodici, supporto su richiesta. Un modello che ha funzionato finché il contesto era più stabile.
Oggi però questo approccio mostra limiti strutturali.
Il turnover è elevato. Le informazioni cambiano rapidamente. Le competenze richieste in store non sono solo tecniche, ma anche relazionali, commerciali e organizzative. Pensare che tutto questo possa essere gestito con eventi formativi isolati significa non tenere conto della realtà operativa del retail.
Il risultato è una formazione percepita come corretta sul piano teorico, ma fragile sul piano pratico.

Formazione nel franchising: controllo o abilitazione?
Un altro nodo centrale riguarda il modo in cui la formazione viene vissuta all’interno della rete.
In molte organizzazioni, la formazione diventa implicitamente uno strumento di controllo: serve a verificare che le regole siano state comprese e che gli standard vengano rispettati. Questo approccio genera spesso resistenza, soprattutto nei franchisee più esperti.
Quando invece la formazione è progettata come strumento di abilitazione, la prospettiva cambia. Abilitare significa rendere le persone autonome nel fare bene il proprio lavoro, offrendo contenuti pratici, accessibili e fruibili nel momento del bisogno.
In questo senso, la formazione non riduce l’autonomia del franchisee: la rende sostenibile nel tempo.
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Continuità formativa e coerenza operativa nelle reti retail
Nelle reti in franchising emerge con chiarezza che la continuità batte l’intensità.
Non servono percorsi sempre più complessi o concentrati in poche giornate. Serve un sistema che accompagni le persone nel tempo e si integri nel flusso operativo del punto vendita.
Micro-contenuti, aggiornamenti frequenti e materiali accessibili anche durante una giornata di lavoro reale hanno un impatto molto più concreto rispetto a manuali completi che nessuno riapre.
Quando la formazione diventa parte della quotidianità dello store, smette di essere percepita come un costo e diventa una leva di stabilità, soprattutto in contesti ad alto turnover.

Il ruolo della tecnologia nella formazione dei franchisee
In questo scenario, la tecnologia assume un ruolo strategico.
Le piattaforme digitali di training, se progettate tenendo conto delle dinamiche del retail, permettono di rendere la formazione continua, coerente e accessibile a tutta la rete, indipendentemente dalla dimensione o dalla localizzazione dei punti vendita.
Nei progetti con brand retail strutturati, emerge chiaramente come un approccio digitale riduca il gap tra headquarter e rete, facilitando l’allineamento senza irrigidire il modello. La tecnologia diventa così un abilitatore di cultura, non solo un contenitore di contenuti.
Franchising retail oggi: una questione di sistemi, non di persone
Passando tempo nei punti vendita, questo aspetto diventa evidente. Le difficoltà non nascono da disattenzione o resistenza, ma da sistemi che non accompagnano le persone nel tempo.
Nel franchising, più che in altri modelli, la formazione non può permettersi di essere episodica o scollegata dalla realtà operativa. Deve funzionare anche quando il team cambia, le priorità si spostano e il ritmo accelera.
Perché nel retail il tempo è sempre la variabile più critica.
E tutto ciò che non è progettato per stare dentro questa complessità, prima o poi, smette di funzionare.
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